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Mercati scontano rimozione accelerata dello stimolo monetario

È stato un inizio anno contrastato per i mercati finanziari, specchio del cambiamento di regime monetario annunciato dalle banche centrali a fine 2021.

I rendimenti governativi sono risaliti bruscamente, portandosi negli Stati Uniti a circa 1% per le scadenze a 2 anni e a quasi 1.90% per la scadenze decennali, segnando i massimi da due anni. In un contesto di stabilizzazione delle aspettative inflattive, il movimento è stato guidato dal rialzo dei tassi reali. Nell’area dell’euro i tassi sul Bund sono ritornati quasi in territorio positivo per la prima volta dal 2019.La rapida risalita dei rendimenti ha penalizzato tutte le maggiori classi di attivo, in modo più marcato per quelle statunitensi, e per i comparti più sensibili a rialzi dei tassi, dal bond emergente alla tecnologia. Nelle ultime due settimane, l’azionario globale ha ceduto quasi 4%, con una performance migliore per i comparti finanziario ed energetico. Quest’ultimo ha beneficiato del rialzo del prezzo del petrolio, tornato a $90 USD a barile per il Brent europeo, per effetto sia di tensioni geopolitiche che di una domanda globale ancora robusta nonostante il protrarsi della pandemia.

Gli investitori stanno rivedendo progressivamente al rialzo le aspettative di politica monetaria USA, in risposta al rialzo dell’inflazione ai massimi da quarant’anni, e soprattutto ai segnali della stessa banca centrale. I verbali della riunione di dicembre e le dichiarazioni di esponenti del Comitato Monetario mostrano la volontà della Fed di accelerare la rimozione dello stimolo monetario. Il mercato attualmente sconta quattro rialzi del tasso sui Fed Funds entro fine anno e altrettanti nel 2023. Si tratterebbe comunque di un rialzo complessivamente molto contenuto in prospettiva storica. Il ciclo restrittivo inizierà probabilmente in marzo. Nel corso del 2022 la banca centrale potrebbe inoltre avviare la riduzione del proprio bilancio, salito a livelli eccezionali nei due anni trascorsi.

Il focus degli investitori sarà soprattutto rivolto all’andamento dell’inflazione. I trend inflattivi sono più strutturali negli Stati Uniti, dove alle pressioni sui costi dal lato dell’offerta si è aggiunto nel 2021 il forte stimolo fiscale alla domanda. Inoltre nell’area dell’euro la crescita salariale è molto più moderata, date le condizioni più distese nel mercato del lavoro. In prospettiva, è plausibile che il picco dell’inflazione sia raggiunto nei primi mesi dell’anno in Europa, e che sia invece rinviato al secondo trimestre negli Stati Uniti, nell’ipotesi tuttavia di stabilizzazione dei prezzi energetici.

Il calendario prevede lunedì 24 gennaio i primi dati Flash sugli indici PMI per manifatturiero e servizi, relativi al mese di gennaio, nei maggiori paesi avanzati. Ci aspettiamo un calo soprattutto nei servizi, in risposta alla diffusione dei contagi, anche se riteniamo che l’impatto della pandemia sui livelli di attività sarà inferiore rispetto al passato

Concludiamo con uno sguardo all’Italia, dove la prossima settimana inizieranno le votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica. Il premio per il rischio Italia è già salito dallo scorso ottobre. Lo spread decennale BTP-Bund è aumentato a circa 140 p.b, in risposta a due fattori: la prospettiva di rallentamento degli acquisti dalla BCE che ha fatto salire anche i rendimenti sul Bund; e l’incertezza politica. L’unico scenario veramente avverso per i mercati sarebbe quello, improbabile, di un’elezione anticipata. Per la leadership politica italiana si prospetta un 2022 fondamentale su due fronti: implementazione del Recovery & Resilience. Plan (circa 50 mld di spesa da allocare) e avvio coi partner europei della rinegoziazione del Patto di Stabilità.

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